"La Nigeria tra fratture politico-religiose e terrorismo", Alessandro Turci

La Nigeria tra fratture politico-religiose e terrorismo

La Nigeria sta attraversando una grave e delicatissima fase di instabilità legata agli attacchi terroristici – soprattutto contro la minoranza cristiana – perpetrati dal gruppo integralista islamico Boko Haram. Il gruppo però non agisce in solitudine: dietro il suo successo si celano connivenze e appoggi diffusi.

Nonostante il dossier Boko Haram diventi sempre più scottante, l’azione del governo centrale è stata fin’ora di modesta efficacia. Malgrado i proclami del presidente cristiano Goodluck Jonathan, un giorno perentori e un giorno morbidi, Boko Haram prosegue nella sua campagna terroristica: ha colpito una chiesa nel momento simbolico dell’ultima Pasqua, come ormai colpisce quasi ogni domenica. Questi episodi hanno umiliato le forze di sicurezza nigeriane dimostrandone l’inadeguatezza, se non la connivenza con il gruppo estremista.

Due considerazioni meritano in particolare di essere sottolineate. Anzitutto, negli ultimi mesi Boko Haram ha una nuova leadership, che ha definitivamente dichiarato guerra per il controllo del potere in tutta la Nigeria e non solo negli stati del nord musulmano.

L’erede di Mohammed Yusuf (il fondatore di Boko Haram, morto in circostanze oscure mentre era prigioniero delle forze di sicurezza nel 2009) è Abubakar Shekau. Dal punto di vista ideologico, Shekau è un leader più consapevole di Yusuf: la sua intenzione è quella di sfruttare i fondamentalismi del Maghreb e del Corno d’Africa come network per ampliare la propria portata e raggio d’azione, da locale a regionale. Shekau è un religioso, era il vice di Yusuf e incarna il fallimento delle forze di sicurezza, visto che nel 2009 queste lo avevano dato per morto. È invece riapparso, su internet, rivendicando la guida del gruppo terroristico e minacciando una guerra totale senza quartiere. Ha anche fatto pulizia interna, dal momento che è il primo sospettato per l’assassinio dell’ex portavoce del gruppo, Abu Qaqa II.

La seconda considerazione riguarda il ruolo dei paesi occidentali: il fallimento dell’apparato di sicurezza nigeriano dimostra anche l’inefficacia del contributo d’intelligence americano. Da tempo è ufficiosamente noto che forze di sicurezza USA sono presenti sul campo con compiti d’addestramento e intelligence. Ufficiale e confermata è invece la notizia che proprio a Kano, estremo nord del paese, l’ambasciatore americano Terrence McCulley ha dichiarato imminente l’apertura di un consolato per dare un segnale forte circa la volontà dell’amministrazione Obama di non abbandonare la regione al controllo di Boko Haram – i cosiddetti “talebani neri”. Il dipartimento di Stato sta cercando  di stimolare quelle variabili che si spera riescano a mitigare il richiamo del gruppo, a cominciare da una ripresa economica. Di fatto, l’impegno americano negli ultimi due anni non ha ottenuto alcun risultato, così come il livello di collaborazione tra le due intelligence, che dal 2009 non ha registrato alcun progresso.

La verità è che le forze nigeriane e i loro alleati occidentali non sono in grado di andare oltre formule di condanna generiche, mentre Boko Haram tiene in scacco gli interessi delle compagnie petrolifere, sospettate di subire una sorta di taglieggiamento. La setta riesce in questa maniera a finanziarsi e a conquistare ogni giorno terreno; dopo aver fatto saltare, come qualcuno ha osservato, la faglia nord-sud tra islam e cristianità, adesso Boko Haram mira alla capitale. Molti musulmani potrebbero essere attirati dall’idea di rinverdire l’antica aspirazione nazionalista fondata sulla memoria del glorioso Califfato di Sokoto, che ancora ai primi del Novecento - prima cioè dell’avvento coloniale franco britannico - abbracciava Nigeria, Niger a Camerun.

Un problema di fondo è che in Nigeria il power sharing tra etnie negli ultimi anni è stato deliberatamente ignorato, favorendo di fatto la propaganda della setta. Anche nello stato settentrionale di Kaduna, teatro di molte delle violenze terroristiche, il presidente è un cristiano. Cristiani infine sono gli uomini chiave nell’entourage del presidente Jonathan Goodluck, primo fra tutti il molto discusso generale Andrew Azazi, ex consigliere per la sicurezza nazionale. Probabilmente per dare un segnale di discontinuità, negli ultimi giorni il presidente ha sancito il contemporaneo licenziamento del suo principale consigliere e del ministro della Difesa.

Il governo centrale tuttavia, per poter fronteggiare con speranza di successo la minaccia Boko Haram, nei prossimi mesi dovrà adottare azioni coordinate, dal piano politico a quello militare e d’intelligence, consapevole che nel nord del paese l’avversione al potere centrale torna ad acuirsi ogni qual volta i leader settentrionali appaiono deboli. È avvenuto nel 2000, quando il nord ha perso la presidenza nazionale e dodici stati musulmani hanno sfidato il potere centrale introducendo la shari’a contro il veto costituzionale; accade oggi con il sospetto molto fondato che i governatori degli stati settentrionali di Kano e Bauchi abbiano finanziato regolarmente Boko Haram.

Intanto, il presidente Jonathan ha recentemente ammesso che Boko Haram gode non solo del sostegno di molti connazionali e di esponenti del governo, ma di diversi membri delle forze di sicurezza. Questo spiega forse come, dopo gli ultimi attacchi di Zaria e Kaduna, la comunità cristiana abbia per la prima volta reagito cercando di farsi giustizia da sola; e il bilancio di questa azione di rappresaglia conta più vittime degli attentati medesimi.

In estrema sintesi, tutti i segnali sin qui raccolti lasciano molti dubbi circa la capacità di Abuja di gestire il problema, mentre la data delle prossime elezioni presidenziali – possibile rivincita democratica dei musulmani – sono ancora troppo lontane per alimentare la speranza pacifica di un’alternanza.