Una “lettera” di Marco Pannella di trentatre anni fa. Vale per l’oggi

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  giovedì 09 febbraio 2006
 Direttore: Gualtiero Vecellio

Droga. Una “lettera” di Marco Pannella di trentatre anni fa. Vale per l’oggi

di Gu. Ve.

 

“La marijuana e i giovani”. Così “Il Messaggero” titolava una lettera di Marco Pannella che il quotidiano romano pubblicava il 15 gennaio del 1973. Lettura ancora oggi utile e attuale.

Scriveva Pannella:

 

Con i 17 giovani arrestati a Roma perché alcuni d’essi fumavano hashish o marijuana, in otto giorni sono stati assicurati “alla giustizia” in tutta Italia oltre cento “delinquenti” così sconteranno almeno due secoli di galera.

 

In cinque anni, seimila persone, in maggior parte giovani hanno cumulato pene per almeno diecimila anni di detenzione, centro secoli di condanne a vivere in un universo carcerario che sociologi, medici, giuristi, assistenti sociali, di sinistra e di destra, pressoché unanimi, riconoscono essere fortemente criminogeno; produttore cioè di criminalità e non di responsabilità sociale e personale, di ‘redenzione’.

 

Ho letto le dichiarazioni delle famiglie di questi giovani borghesi: intossicate dalla droga della disinformazione e della menzogna, terrorizzate in un vuoto e patetico perbenismo sembrano anch’esse convinte che i loro figli siano dei criminali, dei pervertiti. Per ‘colpa’ della scuola, degli amici cattivi, dei plagiatori di turno, del marxismo, del radicalismo, del divorzio, dell’aborto, della droga, degli obiettori di coscienza o dell’antimilitarismo, non importa.

 

Mi si consenta di chiedere a questi genitori di non essere, essi per primi, gli aguzzini e i boia di questi ragazzi. Non trasferiscano contro i loro figli le loro ossessioni, le loro paure, le loro colpe. Non giudichino troppo in fretta. Questi ragazzi sono semmai vittime d’un crimine, non sono dei criminali.

Non passa giorno in cui le forze di polizia non annuncino nuovi successi contro i nuovi nemici della Patria, che fumano hashish e marijuana; ma non passa giorno, neppure, senza che la scienza non ammonisca, ribadisca, provi che i derivati della canapa indiana sono prodotti, se non innocui, almeno certamente meno nocivi di generi di vasto, pubblicizzato, familiare consumo come l’alcool e – secondo molti – anche il tabacco degli accaniti fumatori, non intossicano né danno assuefazione.

 

Non passa giorno, in Italia, senza che l’ ‘americanizzazione’ della malavita armata non manifesti la sua libera e sovrana crescita, con irrisori interventi preventivi e repressivi, mentre la polizia è mobilitata invece sempre più contro i giovani.

 

A questo quadro s’aggiunga che il governo ha preparato una legge-truffa gravissima contro i fumatori di hashish e chiunque sia o venga in contatto con loro; contro la libertà di stampa e di ricerca scientifica; una legge-beffa, visto che proclama il diritto dei fumatori di canapa indiana di optare per un trattamento terapeutico, quando la scienza medica non è in condizione di riconoscere a nessun livello, fisico o psichico, una condizione patologica nel loro comportamento. Rischieranno, in realtà, di essere sottoposti a ‘cure” e ‘psicofarmaci’, a terapie d’urto per cacciare dalla loro esistenza non una ‘malattia’, che non hanno ma il demone del dissenso e della disobbedienza. Questa proposta è la riprova che una politica di repressione socialmente aberrante sta per esser scatenata e potenziata ad ogni livello sulla scorta di cifre deliranti e senza alcun fondamento circa la diffusione della ‘droga’ fra i giovani.

 

Non abbiamo motivi di specifica stima per chi fuma hashish. Riteniamo anzi che vi siano orizzonti sufficientemente vasti, fisici e morali, da esplorare e percorrere, per non aver bisogno si evasioni o di altri ‘viaggi’. Moralmente, idealmente, dovremmo tutti essere capaci di rinunciare all’alcool, al tabacco, ai derivati della canapa indiana, ai tranquillanti, agli eccitanti, che una intossicazione pubblicitaria fanno consumare a fiumi. Eppure non lo facciamo. Moralmente condannabili, non siamo per questo arrestati, vilipesi, criminalizzati.

 

Ma le attuali persecuzioni conducono al rischio di un ‘flagello’; decine di migliaia di ragazzi criminalizzati, traumatizzati, segnati per tutta la vita dall’unica, cieca e ottusa violenza di tutto questo ‘affare’: quella delle istituzioni, del partito di regime.

 

Occorre difendersi. Attaccare. Per mio conto, non ho mai avuto occasione di fumare hashish, né intenzione, né necessità di farlo. Ma, dinanzi a questi crimini che ogni giorno mi vengono sbandierati come vittorie della moralità pubblica, non sono, non siamo disposti, con i miei amici e compagni del Partito Radicale, ad assistere inerti. Non abbiamo, non vogliamo avere altra arma di lotta che quelle civili, nonviolente, rispettose degli altri, che solo possono prefigurare il tipo di società che vorremmo concorrere ad edificare: sono quelle delle azioni dirette contro le situazioni di ingiustizia delle leggi, della disobbedienza civile, dell’obiezione di coscienza. Le useremo.

 

Per questo dichiaro sin da ora che intendo, in un prossimo avvenire, fumare hashish almeno in una circostanza, pubblicamente, preavvertendone come voglio e devo le forze dell’ordine. Inoltre se non si sarà creata nel frattempo una campagna ed una lotta politica per strappare migliaia di giovani al criminale comportamento attuale dello Stato, con altri compagni ed amici che mai hanno in tal modo ‘fumato’, lo faremo in una pubblica e preannunciata azione di disobbedienza civile. Lo faremo nei luoghi più opportuni; negli alti luoghi della ‘moralità’ pubblica, dello Stato; dinanzi a politici o magistrati perché ci abbiano a portata di mano, di manetta e di coscienza. Speriamo che non sia necessario arrivare a tanto.

 

Certo, fumando hashish, andremmo anche noi in galera come e fra i 17 giovani dell’altro giorno. Come a loro scienza, coscienza, la nostra moralità, concordi, ci diranno che ci andremo senza colpa. Siamo dolenti che questo debba apparirci necessario; ma,se necessario, lo faremo. Condannati, la ‘giustizia’ avrà detto la sua; ma chi di noi, coloro che giudicano o coloro che sono giudicati, sarà nel vero e nel giusto, è un’altra storia; nella quale siamo sicuri d’essere assolti e vincenti”.

 

Fu necessario. Pannella “fumò” pubblicamente la sua sigaretta all’hashish; e un commissario di polizia, Ennio Di Francesco, la mattina lo arrestò come doveva; il pomeriggio gli inviò un telegramma di solidarietà e vergogna per quel dovere che la divisa gli aveva imposto di compiere. Per quel telegramma passò qualche guaio. Dopo Pannella “fumarono” e vennero arrestati Angiolo Bandinelli, all’epoca consigliere comunale a Roma e l’allora segretario radicale Jean Fabre. Attualmente Rita Bernardini è l’unico tesoriere di Partito che non si possa candidare a consigliere comunale o regionale, non perché condannata per corruzione o denaro intascato illecitamente, ma per disobbedienze civili legate alle iniziative radicali sulla droga. Venne infine un referendum che a larghissima maggioranza mandava un “messaggio” esattamente opposto a quello che la maggioranza parlamentare ha inteso dare in queste ore, con il suo decreto Olimpiadi-droga.

 

La lettera di Pannella è di straordinaria attualità; aver quelle energie, quei mezzi di cui non si dispone e che pure sarebbero necessari, la si sarebbe dovuta tirare in migliaia di copie e distribuire: ai parlamentari, ai cittadini che quella decreto legge dovranno patire e soffrire fino a quando non si riuscirà ad annullarne gli effetti.

 

E veniamo ora ai parlamentari che l’altro giorno, dinanzi a Montecitorio, hanno “fumato” spinelli, mentre dentro l’Aula una maggioranza blindata votava il decreto fortissimamente voluto da Fini e da Giovanardi. Si dà loro appuntamento, evidentemente, un’ora dopo che il presidente della Repubblica avrà firmato il decreto (e, naturalmente, ci si augura che lo respinga; ma forse lo firmerà). Quando la legge Fini-Giovanardi sarà esecutiva nei suoi effetti, sarà il caso di “fumare” e pubblicamente disobbedire, come disobbedirono Pannella, Bandinelli, Fabre, Bernardini e tanti altri radicali. Disobbedienza civile e con esplicita richiesta di intervento da parte dell’autorità pubblica, per esigere un processo.

 

Se il prossimo Parlamento avrà la forza e i numeri per abrogare questa legge infame, bene. In caso contrario si impegneranno con i radicali, i “fumatori” davanti Montecitorio, nella raccolta di firme per abrogarla con referendum? Alla fine della fiera, la questione è questa; sennò la “fumata” dell’altro giorno è pubblicità e lascia il tempo che trova.   


Nel frattempo, a nostra memoria, una piccola rassegna di prese di posizione di personalità che, ci si permette di credere sono più credibili e attendibili del presidente Fini, del suo “colonnello” La Russa, del ministro Giovanardi, e – non s’andrà all’inferno per questo – anche di don Pierino Gelmini.  

"Fino ad oggi, abbiamo scelto una sola via: la repressione. C'è sempre più polizia, sempre più arresti, le condanne sono sempre più gravi e il risultato lo conosciamo. Le mafie diventano sempre più ricche, i mezzi per la lotta alla droga sono sempre più costosi e sofisticati, il numero dei tossicodipendenti sempre più grande, i crimini legati alla droga sempre più numerosi e le droghe riempiono all'80 per cento le nostre prigioni. Le risposte sono sempre più inefficaci e la sfida sempre più grande soprattutto se teniamo presente che solo il 10 per cento dei trafficanti viene arrestato" (A. Almeida Santos, già presidente dell’Assemblea nazionale portoghese).

 

“La legalizzazione delle droghe ridurrebbe simultaneamente il numero dei crimini e migliorerebbe il rispetto della legge. E' difficile immaginare una qualsiasi altra misura che possa dare un migliore contributo alla promozione della legge." (Milton Friedman, premio nobel per l’economia).

 

"La politica di criminalizzazione dei consumatori ha fallito creando considerevoli problemi alle nostre società. Comincerò dai problemi politici: ha creato un ambiente criminale che accumula enormi somme di denaro che minano le nostre istituzioni democratiche, sia che si tratti delle nostre forze di polizia, i giudici o gli stessi uomini politici. I problemi sociali nascono quando si trasformano in criminali dei consumatori altrimenti innocenti, costringendoli a diventare l'esercito involontario dell'ambiente criminale, a commerciare e spesso a trafficare le droghe in un mondo illegale” (Georges Papandreu ministro greco per gli affari europei).

 

"La legge che proibisce le droghe è una legge d'eccezione. In vigore da oltre tre quarti di secolo, non è riuscita, ciò nonostante, a sopprimere né l'abuso di droghe né i loro effetti perversi. Ritengo che oggi sia necessario che i parlamenti reintegrino la politica sulle droghe nell'insieme delle politiche democratiche e che decidano di legalizzarle per controllarle meglio e prevenirne le conseguenze nefaste” (Ilya Prigogine premio nobel per la Chimica).

 

"Le politiche concepite e applicate per controllare gli effetti e i problemi della droga, hanno condotto a risultati disastrosi e persino perversi. La proibizione è il principio fondamentale che ha ispirato le politiche in materia di droga. Visti i risultati, abbiamo tuttavia profondi dubbi riguardo alla sua efficacia. La politica proibizionista non è riuscita a controllare il consumo di droga. C'è sempre più criminalità come conseguenza della proibizione. C'è una mortalità associata legata sia alla droga impura sia all'AIDS o alle altre malattie trasmissibili che aumentano ogni giorno a causa della droga" (Jorge Sampaio già presidente della Repubblica Portoghese).

 

"Non arriveremo a nessun risultato, fino a quando non saremo in grado di separare la criminalità dal commercio della droga e gli incentivi per la criminalità da quest'ultimo" (Georges Schultz, ex segretario di stato americano).

 

"Se lo scopo che si vuole raggiungere è quello di privare i criminali degli enormi profitti derivanti dal traffico della droga, la teoria economica e insieme la storia insegnano che l'unica via consiste nella legalizzazione" (Lester C.Thurow premio nobel per l’economia).