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"Sull’immigrazione l’Europa ha fallito", Emma Bonino

“A poche centinaia di chilometri da casa nostra c’è un nuovo mondo, molto complesso e di cruciale importanza per l’Europa. Malgrado la situazione di conflitto in cui è piombata l’Ucraina, ritengo fondamentale che l’attenzione dell’Unione europea si focalizzi d’urgenza sulla sponda Sud del Mediterraneo. Ciò di cui abbiamo bisogno è una strategia totalmente nuova”.
Negli ultimi mesi Emma Bonino ha viaggiato molto in Medio Oriente, studiando da vicino le crisi politiche che l’attraversano. «Credo che sia arrivato il momento di prendere atto del fallimento della politica europea di vicinato rispetto a questa regione», dice l’ex ministro degli Esteri. Un fallimento che comprende anche il modo in cui fino a oggi l’Europa ha affrontato l’emergenza immigrazione. «Dobbiamo dire chiaramente - prosegue - che non esiste una politica comunitaria sull’immigrazione, ma che tutto è basato su azioni degli Stati membri su base volontaria». 

Come giudica l’accordo raggiunto a Bruxelles per avviare la missione Frontex Plus?
Prima di giudicare quell’accordo è bene ricordare quanto l’Italia ha fatto fino ad oggi. Dall’inizio dell’anno Mare nostrum ha salvato la vita a più di 75.000 persone, per la maggioranza famiglie in fuga da guerre e dittature in Africa e Asia tramite un paese fuori controllo, la Libia. Il giudizio su Frontex plus potrà essere positivo solo se l’operazione europea - che da quanto annunciato stamani (ieri, ndr) al parlamento europeo si chiamerà «Triton» - potrà fare almeno quanto fatto dagli italiani finora. Purtroppo, i dettagli condivisi ad oggi dalla Commissione non ci garantiscono ancora che questo sarà il caso. Rimangono, infatti, alcune importanti zone d'ombra: quanti stati europei, uomini e navi parteciperanno all’operazione? Per ora solo una manciata di stati ha dato la propria disponibilità per un’azione che è stata proposta come volontaria. Quanto durerà l’operazione? Il budget allocato a Triton pare essere di 3 milioni al mese e non si sa per quanto. Mare nostrum costa 9,5 milioni al mese. L’unica cosa che sembra certa è che la linea di pattugliamento delle navi di Triton sarà meno avanzata di quella Italiana, per evitare il cosiddetto «pull factor». Insomma, coprirebbe prettamente le acque territoriali italiane. Ma con 2.000 morti in mare dall’inizio dell’anno e 110.000 persone sbarcate in Italia c’è da chiedersi se davvero possiamo permetterci di fare queste distinzioni. Per intenderci, 2.000 morti in nove mesi sono tanti quanti le vittime dell’offensiva israeliana su Gaza. Le Nazioni unite parlano di 5.500 vittime civili di Isis nei primi sei mesi del 2014. Nel Mediterraneo è in atto una crisi umanitaria senza precedenti, e un impegno solo volontario dell’Europa e limitato alle acque territoriali pare inadeguato. Infine, rimane da chiarire dove Triton sbarcherà le persone intercettate in mare. Tutte in Italia?

Il ministro Alfano ha più volte sottolineato soprattutto le difficoltà economiche alle quali l’Italia deve far fronte per mantenere in piedi Mare nostrum, come se fosse solo una questione di soldi. 
Il costo di Mare nostrum è senz’altro alto, ma possiamo fare i conti sulla pelle di 100.000 persone? Per una volta il nostro Paese può finalmente vantarsi di avere fatto meglio e di più del resto d’Europa. Dovremmo andarne fieri e cercare di convincere l’Europa a promettere di più. La questione finanziaria non può certo essere ignorata, ma per aggirarla ci vogliono migliori risposte politiche. 
L’immigrazione non è più solo economica. Abbiamo di fronte milioni di persone che fuggono dalle guerre. Finora l’Italia ha risposto con Mare nostrum riuscendo a salvare più di 100 mila persone In dieci mesi.

Ora si cambia. L’Europa torna a chiudere le sue frontiere?
Non direi che l’Europa torna a chiudere le sue frontiere, ma senz’altro quanto abbiamo sentito ad oggi su Frontex Plus non ci garantisce che il livello di apertura dimostrato dall’Italia nei confronti dei richiedenti asilo sia mantenuto. L’Europa deve al più presto risolvere un nodo fondamentale, quello dei canali sicuri di accesso alla protezione internazionale. È possibile che chi fugge da una guerra debba attraversare il mare in tempesta per depositare una domanda d’asilo?
Se gli ebrei d’Europa nel '39 avessero dovuto attraversare l’Atlantico in nave per raggiungere gli Stati uniti, quante persone sarebbero sopravvissute? È necessario pensare a un sistema di tutela in loco, alla cosiddetta «protezione regionale» nei paesi confinanti, ma soprattutto a canali d’accesso diversi per attivare la procedura d’asilo, per esempio tramite il potenziamento delle procedure di reinsediamento internazionale. Ma si tratta d’investire risorse finanziare e di personale nella concezione di un nuovo sistema, mantenendo nel frattempo operativo quello esistente”.

Su uno dei nodi veri, una revisione del regolamento di Dublino 3 che porti a una diversa suddivisione dei profughi, nessuno però vuole cedere.

“Nessuno vuole cedere perché il regolamento Dublino 3 è stato approvato l’anno scorso... è futile pensare che lo si possa cambiare così in fretta. Ciò detto, il nuovo regolamento lascia degli spazi a un miglioramento del sistema europeo d’asilo: per esempio, prevede procedure facilitate per la riunificazione familiare dei rifugiati, non costringendo chi ha tutta la famiglia in Svezia o in Austria a dover per forza rimanere in Italia come rifugiato. Le autorità italiane che gestiscono l’asilo devono valorizzare questa possibilità. La presidenza italiana sta inoltre perseguendo un importante obiettivo politico, ossia quello di dare ai rifugiati riconosciuti in Italia la possibilità di circolare verso altri paesi europei, in modo da evitare concentrazioni. Dobbiamo comunque tenere presente la realtà: l’Italia ha ancora meno rifugiati di Germania, Svezia, Francia e Regno Unito e li tratta molto peggio. Sa quante richieste d’asilo abbiamo avuto dall’inizio dell’anno sulle 110 000 persone sbarcate in Italia? Appena 30.000. Certo, in parte perché tra chi sbarca ci sono pure migranti puramente economici. Ma la ragione principale è la lentezza e la carenza del sistema d’asilo italiano, che va assolutamente riformato. Svezia, Francia e Germania investono sulle persone che accolgono e danno loro gli strumenti per contribuire alla propria economia, nonché alla propria fiscalità e ai sistemi pensionistici di Paesi che sono in declino demografico. L’Italia, purtroppo, finora ha relegato un gran numero di rifugiati negli slums delle grandi città - come Ponte Mammolo o il Palazzo Selam a Roma, dove vivono migliaia di persone da anni. Oppure li ha tenuti in attesa della procedura d’asilo per mesi e mesi in grandi campi d’accoglienza spersi nel nulla in mezzo alla Sicilia. Finché non saremo in grado di rendere attrattivo anche il nostro sistema d’asilo sarà difficile che l’Europa ci venga incontro sulla riforma o il miglioramento di Dublino 3, anche comprensibilmente. Tutte le persone che transitano dall’Italia, per ora, vogliono andare in altri paesi europei... e noi ce li lasciamo andare”.

Lei ha detto no alla proposta avanzata da Juncker di un commissario per l’immigrazione, proponendo a sua volta un commissario Ue per il Mediterraneo. Con quali compiti? E perché non la convince la proposta di Juncker?
Il problema delle migrazioni nel Mediterraneo è un problema di politica estera e di sviluppo, non di altra natura. Finché l’Europa non capirà che per gestire i flussi bisogna investire di più nel partenariato allo sviluppo e nell’azione politica per isolare i dittatori nei paesi africani da cui fuggono i rifugiati, o per risolvere le crisi libiche o siriane, i flussi non cesseranno. È inutile investire milioni in tecnologie radar per gli avvistamenti e la presa d’impronte se non si agisce alla fonte. Un commissario al Mediterraneo dovrebbe poter usufruire di un’ampia paletta di strumenti politici e di competenze per risolvere le principali questioni regionali, tra cui l’immigrazione. Deve poter disporre di una struttura adeguata, capace al tempo stesso di districarsi nei meandri del bilancio europeo e di tratteggiare nuove politiche bilaterali. Dobbiamo rafforzare il sostegno a quei paesi che vogliono salvarsi come Marocco, Tunisia Giordania e Libano, e che apparentemente non attirano il minimo nostro interesse. L’Europa deve inoltre riprendere con urgenza il processo di adesione della Turchia. È inutile pensare che l’Europa possa applicare la stessa politica di vicinato all’Ucraina e al Maghreb. I problemi sono diversi e per gestirli ci vogliono due commissari distinti”.

(intervista a cura di Carlo Lania, “Il Manifesto”)

05-09-2014, notizie radicali