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ataque terrorista a Barcelona (¿a Al-Andalus?)

Resultat d'imatges de barcelona attack catalunyaAlcuni secoli dopo la cacciata dei moriscos arriviamo alla Spagna del secondo decennio del Novecento. La conferenza di Berlino del 1884 e la grave situazione nelle colonie spagnole di Cuba e d’Oltremare spingono a rivolgere lo sguardo verso l’Africa. Così in quell’anno, con l’intento di preservare la presenza spagnola al largo delle Canarie e controllare ricche zone di pesca, viene intrapresa una spedizione verso il Sahara.


Dopo il riconoscimento del Sahara Spagnolo e con l’inizio del protettorato spagnolo sul Marocco nel 1912, riprende un periodo di stretti rapporti con il mondo musulmano. Oltre alla vicinanza del regime di Franco ai combattenti islamici che collaborarono durante la guerra civile di Spagna (1936-39), va segnalata la presenza sul suolo africano di due avamposti a sovranità spagnola, che per la loro vicinanza geografica a un paese a maggioranza musulmana ospitano consistenti nuclei di popolazione islamica. Queste exclave spagnole sono Ceuta (82.376 abitanti, di cui 34.894 musulmani) e Melilla (78.476 abitanti, di cui 38.966 musulmani).


Il 26 giugno 1967 il parlamento spagnolo approva la prima legge sulla libertà religiosa, e ciò porta alla fondazione delle prime forme associative nate in quelle che ora sono le città autonome di Ceuta e Melilla, seguite da Madrid e dall’Andalusia. I membri di queste associazioni sono per lo più spagnoli convertiti all’islam e studenti provenienti dai paesi arabi.


Il seme migliore per le conversioni in Spagna viene piantato dall’espansione europea del movimento Murābițūn, fondato da šayh ‘Abd al-Qādir al-Șūfī, un cittadino britannico originariamente di nome Ian Dallas. Nel 1971, su iniziativa di un siriano nazionalizzato spagnolo, il medico Riay Tatary Bakry (Ryād Tatarī Bakrī), viene fondata a Madrid l’Associazione musulmana di Spagna (Ame), nucleo iniziale di quella che sarà la futura Unione delle comunità islamiche di Spagna (Ucide). Grazie all’Associazione si arriva alla prima moschea moderna in territorio spagnolo, quella dedicata ad Abû Bakr, a Madrid. Nel 1979, per opera di uno spagnolo convertito, Machordom Comins, nasce la Comunità musulmana di Spagna (Cme), che si propone come alternativa all’Ame.


Il decollo economico della Spagna negli anni Novanta l’ha fatta immaginare come possibile meta di emigrazione, soprattutto da parte di marocchini e sauditi. I primi costituiscono la Comunità musulmana marocchina di Madrid Al-Umma nel 1986; insieme al Kuwait, i secondi stabiliscono una delegazione del Consiglio europeo delle moschee, sempre a Madrid.


L’articolo 16 della costituzione spagnola del 1976 afferma: «Le autorità pubbliche prendono in considerazione le diverse credenze religiose della società spagnola e si adoperano per mantenere rapporti di collaborazione con la Chiesa cattolica e le altre religioni». Sulla base di questo articolo si giunge all’approvazione della legge sulla libertà religiosa del 24 luglio 1980, e questa stimola la creazione di un organismo all’interno del ministero di Giustizia, l’attuale Direzione generale per i rapporti con le confessioni religiose, il cui compito principale è di garantire che il diritto di libertà religiosa in Spagna venga rispettato.


In seguito alla legge sulla libertà religiosa sempre nel 1980 viene istituita la Ucide e poi, nel 1989, la Federazione degli enti religiosi islamici (Feeri). Nel 1992 nasce la Comunità islamica di Spagna (Cie), un’organizzazione che rappresenta ufficialmente i musulmani spagnoli di fronte al governo. E grazie ad essa vengono negoziati e firmati gli accordi tra Stato e islam. In Spagna sono attualmente registrate 1.205 comunità musulmane.


Secondo uno studio demografico realizzato dall’Osservatorio andaluso dell’Ucide, i musulmani presenti in Spagna sono 1 milione e 595.221. Una popolazione che possiamo classificare in primo luogo in base all’origine: nazionalizzati spagnoli (convertiti o che hanno acquisito la nazionalità) e residenti stranieri (da suddividere in base al paese di provenienza). La più alta percentuale di musulmani in Spagna proviene dal Marocco. In Spagna sono registrati 769.920 musulmani di origine marocchina, che rappresentano il 71% del totale. Al secondo posto i musulmani provenienti dal Pakistan, stabilitisi soprattutto in Catalogna e che ammontano a 69.841. Il terzo posto è occupato dai senegalesi (63.248), e il quarto dagli algerini (60.538). Seguono Nigeria (44.870), Mali (24.566), Gambia (22.207), Guinea (12.582) e Bangladesh (12.183). I musulmani residenti di altre nazionalità sono 50.288.


La popolazione di fede islamica può essere divisa in quattro gruppi a seconda della provenienza geografica: Maghreb, zona subsahariana occidentale, Vicino Oriente e Medio Oriente. In secondo luogo, i musulmani di Spagna sono classificabili per l’appartenenza a uno o all’altro ramo dell’islam, e all’interno di questi, a certe scuole coraniche. Quella preponderante in Marocco, la malikita, è anche la più diffusa tra la popolazione musulmana residente in Spagna, ed è seguita dalla hanafita, dalla šafi‘īta e dalla hanbalita. Vi sono, inoltre, una minoranza di sciiti, soprattutto del ramo jafarita (duodecimani), e alcune piccole confraternite sufi.


Terza e ultima classificazione, in base al luogo di residenza. Alcune comunità autonome spiccano per il numero dei musulmani residenti. Questa la lista completa: Catalogna (427.138), Andalusia (252.927), Madrid (248.002), Comunità Valenzana (163.718), Murcia (83 625), Canarie (65.381), Castiglia-La Mancha (52.519), Baleari (42 048), Aragona (44.033), Melilla (38.996), Paesi Baschi (35.048), Ceuta (34.894), Castiglia e León (31.899), Navarra (19.107), Estremadura (16.452), La Rioja (15.781), Galizia (13.151), Asturie (6.386) e Cantabria (4.146). La Catalogna ospita il maggior numero di marocchini (236.155), pakistani (42.972), senegalesi (20.459), gambiani (16.906), maliani (7.088), bengalesi (5.229) e guineani (5.093). Madrid ospita il maggior numero di nigeriani (10.151) e musulmani spagnoli (123.952), e la Comunità Valenzana il più alto numero di algerini (18.641).


In Spagna l’islam può contare su circa 1.059 moschee registrate. Il numero degli enti registrati, 1.140, supera quello delle moschee, date le difficoltà che talvolta insorgono per ottenere la licenza per l’apertura di luoghi di culto. Il primo oratorio dei tempi moderni è stato creato in epoca franchista, il Marabutto dei Giardini di Colombo a Cordova, come atto di riconoscenza per il sostegno che durante la guerra civile i soldati del Rif garantirono al generale Franco. Per lo stesso motivo, durante il regime vengono destinati a Siviglia e Madrid dei terreni per la sepoltura non solo dei soldati, ma anche dei familiari e dei componenti della cosiddetta «guardia moresca» di Franco. Per i due decenni successivi al conflitto civile, il regime franchista mantiene un trattamento preferenziale verso tutte le espressioni di culto mediante discorsi pubblici, iniziative varie e perfino la promozione dell’hağğ, il pellegrinaggio alla Mecca.


Le forme assistenziali religiose sono presenti nei già menzionati accordi Stato-islam del 1992, e vengono ulteriormente alimentate da un decreto che istituisce il servizio di supporto religioso nelle Forze armate (Sarfas) e negli ospedali. Ad oggi, però, non ci sono imam in queste due realtà. Un decreto del 2006 regola l’assistenza religiosa alle confessioni minoritarie nelle carceri, e viene ampliato nel 2007 con la firma della convenzione per assistenti religiosi islamici. Oggi gli imam sono undici, distribuiti in varie comunità autonome.


Il paese ha subìto due gravissimi attentati jihadisti, ma ha anche saputo evitarne molti altri. Il primo grande attentato è stato quello del 12 aprile 1985 al ristorante El Descanso di Torrejón de Ardoz (sede di una base aerea americana). Il bilancio: 18 morti e 63 feriti, e la rivendicazione del gruppo del martire Abū Zaynab della Jihād islamica, in risposta alla presenza di truppe israeliane nel Sud del Libano dal 1983.


Il secondo e più grave attacco terroristico nella storia spagnola è quello di Madrid dell’11 marzo 2004. L’esplosione di dieci bombe su quattro treni in meno di tre minuti causa la morte di 191 persone e il ferimento di oltre mille e 500. La paternità dell’attentato è attribuita ad al-Qā‘ida e a suoi affiliati, come il Gruppo islamico di combattimento marocchino e il Movimento salafita della Jihād islamica egiziana.


La Spagna simboleggia lo splendore perduto del vasto dominio musulmano dei secoli X e XI, e stando all’interpretazione di alcune correnti jihadiste il recupero di una terra che un tempo apparteneva all’islam è una priorità strategica. Come detto, la normativa spagnola garantisce una vasta gamma di libertà, cosa che può diventare un’arma a doppio taglio, perché se da un lato permette a liberi individui di stabilire pacificamente una sana convivenza (e la stragrande maggioranza dei musulmani rientra in questo gruppo), dall’altro consente ad al- cuni di sviluppare con relativa facilità iniziative ispirate a una lettura radicale e violenta dell’islam. È quindi interessante passare in rassegna alcuni gruppi al momento non pericolosi, ma che potrebbero subire un’evoluzione jihadista.


In Spagna sono presenti numerosi gruppi fondamentalisti islamici o salafiti, islamisti radicali di tendenze pacifiche e altri che inclinano verso la violenza. Anche i pacifisti possono essere utilizzati dai violenti come copertura, senza che il resto del gruppo ne riconosca le intenzioni. Tra i movimenti pacifici possiamo ricordare in primo luogo i salafiti, che in linea di principio sono quei musulmani che vorrebbero tornare ai modi di vita e al messaggio dei cosiddetti salaf (compagni e coetanei del Profeta, fino alla terza generazione): Il salafismo in sé non è violento, ma la radicalizzazione di questa corrente porta a pochi passi dal jihadismo. In Spagna, il salafismo si è diffuso al Nord (nei Paesi Baschi si tengono ogni anno diversi congressi mondiali dei movimenti salafiti) e da lì penetra fino a Madrid seguendo la linea Saragozza-Guadalajara.


In secondo luogo, il cosiddetto Ğamā‘at al-Tablīġ al-Da‘wa (Congregazione per la propaga-zione dell’islam), che si presenta come un movimento che vuole rigenerare la vita di tutti i musulmani attraverso una filosofia pietistica, apolitica e pacifista. Di origine indiana, nasce nel 1927 da Maulana Muhammad Ilyas Kandhlawi seguendo la filosofia deobandi. I suoi membri cercano nuovi proseliti porta a porta e ogni anno indicono un congresso mondiale. Ed è proprio di questo evento che approfittano alcuni violenti, che si mescolano ai fedeli e viaggiano senza destare sospetti tra i servizi di sicurezza. Con circa 2 mila membri e in costante crescita dagli anni Ottanta, la Ğamā‘at al-Tablīġ vanta una presenza cospicua a Ceuta e lungo tre vie principali di insediamento: Andalusia, Catalogna e Occidente peninsulare.


In terzo luogo la Fratellanza musulmana nelle sue varie ramificazioni che, dopo l’espansione nel Maghreb si è diffusa in Europa a seguito delle persecuzioni e alla messa al bando nell’Egitto degli anni Cinquanta. Secondo il pensiero del suo fondatore (Hasan al-Bannā) e di quello di uno dei suoi principali esponenti, Sayyid Quțb, l’uso della violenza è ammesso nell’ambito del jihād per raggiungere gli obiettivi dei Fratelli. In Spagna la rete si è diffusa in Andalusia e nelle comunità di Valencia e Madrid, dove controlla numerose moschee.


Nato in Marocco e considerato illegale, benché tollerato, vi è poi il partito Giustizia e spiritualità che si è diffuso verso nord, oltrepassando il confine con la Spagna. Il suo fondatore, Abdeslam Yassine, nel 1981 dà avvio a una rivisitazione dell’ideologia dei Fratelli musulmani, adattandola alla realtà del Marocco, dove si deve confrontare con il monarca alauita. Dietro un messaggio di pace, i suoi contenuti in alcuni strati sociali possono tuttavia spingere all’estremismo. La filosofia di Yassine si diffonde in Spagna seguendo l’aumento dell’immigrazione marocchina. Il partito dispone di un eccellente centro dottrinale a Murcia. Gestisce strutture nell’Est della penisola, a Madrid e sempre di più anche in Catalogna.


Tra le frange più estreme e violente c’è un movimento settario ultraradicale nato in Egitto alla fine degli anni Sessanta. Conosciuto come Takfīr wa l-Hiğra (Anatema ed esilio), questo gruppo fomenta una versione radicale del messaggio di Sayyid Quțb, quella sostenuta da Mușțafā Šukrī, che qualifica come kāfir (infedele) chiunque non rispetti i precetti di un altro pensatore islamico, Ibn Taymiyya (1263-1328), difensore di un ritorno allo stile di vita dei primi musulmani (salaf).


Fautori del jihād internazionale e violento, non pongono limiti alla lotta nemmeno contro popolazioni islamiche e non si fanno scrupoli nei confronti di donne, vecchi e bambini. I membri del gruppo non esitano a smembrare il corpo degli associati che intendono abbandonare l’organizzazione, oppure a profanare le tombe di coloro che considerano kāfir.

http://www.limesonline.com/il-califfato-di-spagna/37758?source=newsletter

http://www.limesonline.com/lattentato-terrorista-sulla-rambla-di-barcellona-il-17-agosto/101038

Informazioni verificate e una prima analisi.

Giovedì 17 agosto un attentato terrorista ha colpito Barcellona, la capitale della comunità autonoma della Catalogna e seconda città più popolosa di Spagna (dopo Madrid).


Poco prima delle h17.30, un furgone bianco ha investito numerosi passanti sulla Rambla, una delle vie più conosciute e frequentate della città.


Lo Stato Islamico (Isis) ha rivendicato l’attacco. I jihadisti avevano colpito con la stessa modalità a Nizza, Stoccolma, Berlino e Londra.


La polizia ha arrestato tre uomini legati all’attentato – nessuno dei due è però l’autista del furgone – e smentito che ci siano terroristi asserragliati in qualche bar della Rambla. Il bilancio provvisorio ufficiale è di 13 morti e oltre 100 feriti.


Qualche ora dopo c’è stato un altro attacco a Cambrils, a 120 km da Barcellona, che ha fatto 6 feriti e un morto. La polizia catalana (Mossos d’esquadra) ha ucciso i cinque attentatori di Cambrils.


La Spagna combatte il terrorismo di matrice islamica in Medio Oriente (all’interno della coalizione contro l’Isis) e in patria: ad aprile 4 persone legate agli attentati del 22 marzo 2016 a Bruxelles sono state arrestate, proprio a Barcellona. Il paese non è tra i principali esportatori di foreign fighters, i combattenti stranieri che si sono diretti in Siraq per arruolarsi con l’Isis, al-Qa’ida o simili.


Con il movente jihadista confermato, si possono fare due considerazioni.


La prima, sull’importanza simbolica della Spagna, è stata già fatta su Limes in un articolo di Bernard E. Selwan El Khoury intitolato “Ritorno ad al-Andalus“:

A cinque secoli dalla Reconquista cattolica, per riferirsi alla Spagna gli islamici più ortodossi utilizzano ancora il termine al-Andalus. […]
Per comprendere il valore simbolico del mito islamico andaluso bisogna risalire all’VIII secolo d.C.
Non furono gli arabi originari della Penisola arabica ad inaugurare la conquista della Spagna, ma i «mori» provenienti dal Nordafrica. Fu Ṯāriq bin Ziyād, condottiero berbero a capo di un esercito di circa 12 mila uomini – 7 mila dei quali berberi e un’esigua minoranza di arabi – ad avviare il fātḥ , la conquista islamica.
Il luogo dello sbarco, avvenuto nel 711 d.C., fu chiamato Ğabal al-Ṯāriq (la montagna di Ṯāriq), da cui Gibilterra. In pochi anni, l’intera Spagna – allora chiamata al-Andalus – entrò a far parte del dār al-islām.
Tre fattori rendono unica la Reconquista cristiana di al-Andalus: questa non era una propaggine periferica del dār al-islām, ma una vasta e fiorente entità statale; la riconquista fu un processo lungo e metodico e nelle sue ultime fasi coordinata dalle corone unite di Castiglia e Aragona; a differenza di altre terre musulmane poi riconquistate (come la Sicilia e parte dei Balcani), in Spagna ebbe luogo una vera e propria guerra di religione e il fattore religioso fu così importante che dopo la caduta di Granada, nel 1492, il nuovo potere cancellò per decreto reale ogni presenza musulmana – un caso unico nella storia del fātḥ islamico, in quanto si trattò di un’offensiva mirata al potere islamico in al-Andalus.
È in questo contesto che va collocato il forte valore simbolico e religioso che questa terra esprime ancora oggi per i nostalgici musulmani..


La seconda, in parziale contraddizione con la prima, riguarda Barcellona.


La città è capitale e simbolo di un’identità “altra” rispetto alla Spagna di cui pure fa parte, perennemente scossa da pulsioni indipendentiste; il governo della comunità autonoma vorrebbe tenere un nuovo referendum sulla creazione di uno Stato sovrano catalano il 1° ottobre.


Scegliere Barcellona come bersaglio, al di là della comodità logistica (è la città con la comunità islamica più folta del paese e snodo nel transito dal Nordafrica alla Francia), svela l’intenzione di continuare a colpire le mete preferite del turismo culturale e balneare occidentale. Una strategia di cui sino a oggi paradossalmente la stessa Spagna aveva beneficiato, assieme agli altri paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo.


E conferma come la minaccia jihadista sia indipendente dall’estensione territoriale dell’Isis, che da mesi accumula sconfitte – per quanto non ancora definitive – in Iraq e Siria.