´Libre Tíbet, libre China´, Francesco Pullia

Non se ne parla molto e allora facciamolo noi. Da quattro giorni i militari cinesi stanno soffocando, con metodi purtroppo arcinoti, la protesta dei monaci del monastero di Deprung, uno dei più importanti di Lhasa.

Fondato nel 1417 da un discepolo di Lama Tsang Khapa, il grande rinnovatore del buddhismo tibetano, fondatore del lignaggio gelupa, cui appartiene lo stesso Dalai Lama, Drepung, il cui nome tradotto in italiano significa “mucchio di riso”, ha sempre svolto un ruolo considerevole nella storia tibetana. Era una delle tre università più numerose (arrivò a contare oltre diecimila monaci) da cui uscirono straordinari maestri.

Saccheggiato dalla furia delle guardie rosse, ridotto quasi a un cumulo di macerie nel periodo della “rivoluzione culturale” maoista, da sempre è tenuto sotto stretta sorveglianza dalla polizia cinese.

 

Nel settembre di due anni fa è stato teatro di analoghi, drammatici avvenimenti. Nonostante le costrizioni, i monaci si rifiutarono, infatti, di sottoscrivere deliranti dichiarazioni filocinesi. 

 

Un giovane monaco, Ngawang Jangchub, perse la vita in circostanze mai chiarite durante una sessione di "educazione patriottica" condotta da funzionari cinesi. Ci furono arresti, torture.

 

In novembre fu sedata in modo spietato una protesta silenziosa e nonviolenta attuata nel cortile del monastero.

 Adesso si ricomincia. Stando a quanto riportato da un quotidiano di Hong Kong, i militari hanno cercato di impedire a decine di monaci di non celebrare il conferimento al Dalai Lama della medaglia d’oro del Congresso degli Stati Uniti. Sembra che si volesse festeggiare l’avvenimento dipingendo di bianco un luogo di culto.

Nulla da fare. Per gli invasori cinesi i tibetani non hanno diritto ad esprimere le proprie idee, le proprie convinzioni religiose, in una parola ad esistere. Vige solo la legge del pugno di ferro e questo nonostante il Dalai Lama continui pervicacemente a sostenere il dialogo come unica strada percorribile con il governo di Pechino ed a chiedere per la sua terra martoriata non l’indipendenza ma l’autonomia.

 

E’ chiaro che dopo i fatti della Birmania, su cui è già sceso un vergognoso silenzio, i despoti cinesi sono più allarmati che mai. Hanno paura, terrore, che possa estendersi a macchia d’olio una protesta nonviolenta e che, in Cina e nei territori oppressi, si rivendichi democrazia.

 

Ecco, dunque, che proprio in questa fase, in vista dei giochi olimpici, i movimenti che si battono per la libertà in Cina sono chiamati a non abbassare la guardia. E’ possibile, è doveroso scatenare un’offensiva nonviolenta e abbandonare biechi e inconcludenti tatticismi nonché le ipocrite titubanze di chi antepone interessi e profitti commerciali ai diritti fondamentali. Non sprechiamo questa occasione. Libero Tibet, libera Cina!

notizieradicali, 22-X-07.